Dalla piazza al divano: perché non riusciamo a fare a meno del macabro

Non posso fare a meno di chiedermi il motivo per il quale sempre più persone si approccino al true crime. Ogni volta che accendiamo la TV, il computer o i social, che cerchiamo un podcast o ascoltiamo le persone al bar, si sente parlare di casi di cronaca nera. Ma perché?

Perché ci interessa tanto sentir parlare di killer, di assassinati o di sparizioni misteriose? Come mai trasmissioni come “Chi l’ha visto?” risultano ancora oggi tra le più viste, anche da noi in Ticino? Come mai ogni programma, dal contenitore pomeridiano alla prima serata, finisce per trattare casi di cronaca nera? Ve lo siete mai chiesti? Li seguite anche voi?

Dite la verità: quanto sapete sul caso Garlasco, sul caso Meredith Kercher, sulla sparizione della piccola Maddie o sul serial killer dello Zodiaco? Quanti di voi hanno letto un’infinità di libri o visto film su Jack lo squartatore? Come è possibile che siamo passati dall’essere innocui amanti dei gialli di Agatha Christie a trasformarci in spettatori affamati di crimini reali?

Oh, quante domande! Non preoccupatevi, però: è del tutto normale. Questo fenomeno esisteva già dai tempi del Medioevo, anche qui da noi e nelle nostre Valli durante il periodo della caccia alle streghe. Certo, c’è una differenza sostanziale: allora la caccia alle streghe era considerata un problema sociale e morale da risolvere, che causava morte, alimentava la superstizione e danneggiava la società.

Quello che facciamo oggi dalla comoda poltrona di casa nostra, invece di scendere in piazza a testimoniare decapitazioni o roghi, lo facciamo protetti dal perimetro domestico, sapendo che, nonostante si tratti di casi reali, a noi non toccano direttamente. È tutto vero, ma nella nostra testa è come se fosse un film, come se questi assassini diventassero dei personaggi e non delle persone in carne e ossa. Seguiamo le vicende fino ai processi e alle condanne pensando che il nostro unico obiettivo sia quello di ottenere giustizia. E qui pongo un’ennesima domanda: cerchiamo veramente la giustizia o cerchiamo la spettacolarizzazione del caso?

Ci sentiamo in colpa se fosse così? No, perché seguiamo la folla. La nostra opinione individuale si adegua e diventa opinione pubblica: se qualcuno di più autorevole di noi indica un colpevole, anche senza le dovute prove, non abbiamo alcun timore a sostenerne la colpevolezza.

Persino nell’Ottocento, Thomas De Quincey ci parlava della spettacolarizzazione del crimine. I borghesi dell’epoca creavano vere e proprie associazioni per analizzare i delitti e discuterne l’estetica, proprio come se si trovassero davanti a un bel quadro o a una pièce teatrale.

Oggi abbiamo fatto enormi passi avanti con l’arrivo della tecnologia: tutto è diventato più accessibile, corre più veloce e abbiamo più tempo e strumenti per seguire molti più casi, ma il concetto di fondo rimane lo stesso. I patiboli sono diventati pixel sui nostri schermi, le discussioni dei club ottocenteschi si sono trasformate in pagine Facebook, le pièces teatrali sono diventate programmi TV. Ma l’animo umano è rimasto identico.

La prossima volta che accenderete la TV per seguire l’ennesimo processo mediatico, provate a chiedervelo ancora: siete spettatori in cerca di giustizia, o siete solo seduti in platea a godervi lo spettacolo?

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