La caccia alle streghe in Svizzera non fu un fenomeno marginale, ma uno dei più intensi in Europa. Tra il XV e il XVIII secondo, migliaia di persone, in gran parte donne, furono accusate, torturate e giustiziate.
Le origini
Le prime persecuzioni iniziano nell’area alpina, tra il Cantone del Vallese, Vaud e Ginevra. La stregoneria non è più solo magia popolare, ma un crimine organizzato legato al diavolo.
Il primo caso: Aimée Lévy
Nel pieno del Quattrocento, Ginevra è una città attraversata da tensioni sociali, paure religiose e incertezze. Malattie, carestie e conflitti fanno parte della normalità.
Il caso di Aimée Lévy nasce in questo contesto. Una donna probabilmente marginale, come accadrà poi a tante altre.
Aimée è stata accusata di eventi negativi che non avevano una spiegazione chiara, le imputazioni sono quelle di aver causato danni, aver provocato malattie o disgrazie e aver usato pratiche magiche.
Come in molti altri casi, quando qualcosa andava storto qualcuno ne doveva essere responsabile e normalmente si puntava il dito contro chi viveva ai margini, chi magari aveva conflitti con altre persone e chi era vista come “diversa”.
Quando il caso arriva davanti alle autorità non si parla più di dicerie ma diventa realtà e si passa da: “forse è stata lei” a: “è stata lei”.
Non è ancora una vera e propria “caccia alle streghe” ma è il momento in cui la società impara a dare un volto alle proprie paure e lo trasforma in un colpevole. In questo caso non c’è ancora la propaganda organizzata ma inizia già un sistema mediatico primitivo. La stregoneria diventa un reato perseguito, la paura diventa procedura giudiziaria e il tutto si trasforma in una storia condivisa.
Che sistema di diffusione c’era in questa epoca?
Il mezzo di comunicazione nel XV secolo era la comunità. Il vero sistema era quello del “passaparola”. Le persone parlavano, raccontavano, interpretavano. Il caso si diffondeva oralmente, nelle piazze, mercati, fontane, luoghi di lavoro. Ad ogni racconto si aggiungevano dettagli e la storia diventava cosi sempre più credibile.
Oltre alle piazze e mercati, la Chiesa aveva un ruolo centrale nella diffusione: i sacerdoti parlavano di diavolo e peccato, spiegavano le disgrazie e le malattie in chiave religiosa e rafforzavano le credenze nella stregoneria.
Quando il caso arrivava poi in tribunale riscontrava una legittimità ufficiale e non erano più dicerie ma diventava la verità stabilita dalla giustizia attenendo la validazione dei racconti.
Il sistema mediatico era chiaramente diverso, non servivano i giornali per creare una verità collettiva. Gli atti scritti esistevano già ma erano pochi e accessibili solo alle élite e non circolavano tra la popolazione. Il caso, dunque, si diffondeva nonostante l’assenza dei media proprio grazie a un sistema mediatico fatto di voci, autorità religiose e giustizia pubblica.
Michée Chauderon 1652
In una Ginevra del XVII viveva Michée Chauderon, una semplice lavandaia che offriva aiuti domestici e rimedi, che viveva marginalmente e che non aveva protezione sociale. Essendo tra le classi sociali più povere e vulnerabili era soggetta a litigi, era esposta ai conflitti quotidiani e dipendeva dalla reputazione tra i vicini.
Le accuse
Le accuse contro di lei, in effetti, nascono da episodi concreti e banali come le accuse di aver rovinato relazioni o causato disgrazie, sospetti legati ai suoi piccoli interventi (consigli, rimedi, pratiche popolari). Dopo un conflitto una donna testimoniò che Michée le avesse fatto un maleficio. Altre testimonianze raccontavano che bambini o altre persone si ammalavano dopo essere entrati in contatto con Michée e queste malattie venivano interpretate come malefici. Non si parlava di contagio biologico ma di azione soprannaturale.
Siccome nel XVII secolo non esisteva una comprensione scientifica delle infezioni come oggi si attribuivano febbre, morti infantili o convulsioni all’intervento del diavolo, stregoneria, vendetta personale sotto forma di maleficio.
L’inchiesta e il processo
Il caso di Michée Chauderon è uno dei casi meglio documentati della fase finale della caccia alle streghe.
Alcune donne del quartiere la denunciano per presunti litigi, maledizioni e disgrazie e malattie improvvise. Le autorità prendono sul serio queste accuse perché la stregoneria è un crimine reale in quell’epoca e anche perché Ginevra aveva una tradizione di matrice calvinista, ossia di controllo morale molto forte.
Chauderon viene così arrestata e incarcerata.
Durante gli interrogatori inizialmente negherà tutto e cercherà di difendersi dichiarando di non avere alcun patto col diavolo. Faranno anche il controllo del corpo per cercare il “marchio del diavolo”, troveranno segni e cicatrici che verranno interpretati come prova. Ma quando le prove non bastano arriva la tortura, e sotto pressione la Chauderon confesserà.
La sentenza la dichiara colpevole di stregoneria e viene condannata a morte.
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